Einaudi gli Struzzi, € 11
Nel 1935 Carlo Levi venne condannato al confino in Lucania per la sua attività antifascista. Laureato in medicina nel 1923, esercitò poco la professione e si dedicò più alla pittura e alla letteratura. Erano tempi drammatici in cui bisognava fare delle scelte e lui le fece impegnandosi politicamente e schierandosi contro il fascismo; amico di Piero Gobetti, con il quale collaborò alle riviste da lui fondate, nel 1929 a Parigi fu tra i fondatori del movimento "Giustizia e libertà" con Gaetano Salvemini, Carlo Rosselli, Emilio Lussu.
Il periodo passato al confine è narrato in questo bellissimo libro, un testo al tempo stesso antropologico, sociologico, storico ma soprattutto, a mio parere, poetico. La descrizione dei paesaggi fatta da Levi ha qualcosa di magico, come se il mondo arcaico e misterioso dei contadini lucani avesse contagiato la sua penna guidandolo nella scrittura di pagine assolutamente uniche.
[..] L'effimera, strana primavera era ormai finita. Il verde non era durato che una diecina di giorni, come una assurda apparizione. Poi quella poca erba era seccata sotto il sole e il vento ardente di un maggio improvvisamente estivo. Il paesaggio era tornato quello di sempre, bianco, monotono e calcinoso. Come quando ero arrivato, tanti mesi prima, sulla distesa delle argille silenziose l'aria ondeggiava per il caldo; e pareva che, da sempre, su quello stesso desolato mare biancastro oscillasse grigia l'ombra delle stesse nuvole.[..]